Non solo una polpetta
Il significato del cibo: aspetti sociali e culturali
Dott.ssa Minervini Silvia, psicologa
L’uomo è un onnivoro che si nutre di carne, di vegetali e d’immaginario; l’alimentazione rinvia alla biologia ma, chiaramente, non si limita solo ad essa; il simbolico, l’onirico, i miti e i fantasmi nutrono anch’essi e concorrono a regolare il nostro mangiare.
(Claude Fischler 1979, La Nourriture, Pour une Anthropologie
Bioculturelle de l’Alimentation, 31, Seuil, Paris.)
Il cibo è più di qualcosa da mangiare: è nutrimento e piacere certamente, ma non solo. Nessuno di noi mangia solo una polpetta o un grappolo d’uva, ma anche simboli, tradizioni, abitudini associate agli alimenti e profondamente radicate nelle relazioni sociali e familiari. Il cibo è legame materno, familiare, sociale; è appartenenza, identità, memoria. Il cibo ha infatti, un valore simbolico sia per quanto riguarda gli aspetti culturali, sia per quelli relazionali e intrapsichici associati ad esso.
È chiaro che l’alimentazione è per prima cosa un bisogno fondamentale: se non mangiamo non viviamo. Ma poi le cose si complicano perché l’atto del mangiare si articola nel corso dello sviluppo di ognuno secondo codici cognitivi, affettivi, comportamentali, comunicativi e culturali.
Fin dalla nascita il bambino conosce il mondo “con” e “attraverso” la bocca; comunica affettivamente ed emotivamente attraverso le sue sensazioni di fame e di sazietà, di gusto e di disgusto. Il cibo diventa il veicolo della relazione tra il bambino e chi si prende cura di lui e il mangiare un’esperienza relazionale e affettiva di enorme importanza per il benessere psicofisico. Nei primissimi giorni di vita, l’allattamento permette a madre e figlio di sperimentare un’intimità profonda; il modo in cui il cibo viene offerto può essere vissuto come più o meno piacevole e in relazione a questo il bambino gli attribuirà un significato buono o cattivo. La suzione evoca dolcezza, tenerezza, amore, ma alla suzione si accompagna il morso e allora mangiare diviene anche un atto aggressivo, uno dei modi, insieme al pianto, per esprimere la rabbia. L'amore e l'aggressività sono così fin dall’inizio indissolubilmente legati: mangiando ciò che ci piace, lo si distrugge.
Mangiare significa mettere dentro di sé qualcosa di distinto da sé e che proviene dall’esterno, è per il bambino la primissima esperienza di differenziazione: c’è qualcosa di diverso tra un dentro e un fuori, tra un Sé e qualcos’altro. Mangiare è quindi anche incorporare il “non sé” e fare in modo che si trasformi in “sé”, facendo proprie le qualità di ciò che si mangia e finendo per diventarlo. Da qui l’origine del mito, per esempio, che il latte rende calmi o la carne aggressivi.
I nostri comportamenti alimentari sono anche lo specchio della società in cui viviamo. Oggi l’'estrema disponibilità di cibo in ogni luogo, la pubblicità sempre più diffusa, accattivante, invadente, la rapida diffusione delle catene alimentari, hanno dato forma al nostro modo di mangiare: prevale la cultura del cibo già pronto e dello snack, che rinvia ad un modello alimentare frammentato. E tuttavia il cibo ci preoccupa sempre di più per via dei potenziali pericoli di cui si fa portatore, ad esempio la “mucca pazza”, i cibi transgenici o i polli alla diossina. Paradossalmente il cibo non è più 'solo' portatore di vita, ma anche di malattia, di incertezza e paura.
E ancora, il cibo rappresenta nella storia delle culture uno dei momenti centrali della ritualità collettiva: le colazioni di lavoro, il cenone di Capodanno, il pranzo della domenica, sono tutti momenti particolari che permettono interazioni affettive e di comunicazione che vanno molto al di là della semplice attività del pasto. Mangiare è dunque un fatto sociale, una pratica che si apprende con gli altri ed è così che il cibo si iscrive in una rete di scambi sociali e funziona da mediatore tra le persone. Non è allora forse un caso se condividere il pane significa essere compagni (dal latino cum-panis), o la parola conviviale deriva dal latino convivium che significa vivere insieme. Dare e ricevere cibo, mangiare insieme, significa, ancora, accettazione e riconoscimento reciproco, legami che si tessono e si riaffermano. E al contrario, rifiutare il cibo significa rifiutare l'altro, non riconoscerlo.
Mangiare è allora un'azione delicata e propone un enigma e una sfida per ognuno di noi: nell’epoca dell’abbondanza ognuno deve barcamenarsi tra le molte pressioni sociali, mediatiche e pubblicitarie, deve selezionare, scegliere, imparare, tessere la propria rete, resistere agli impulsi, vivere…
Dott.ssa Silvia Minervini - psicologa