Mangiare è comunicare
Viaggio all’interno dei disturbi del comportamento alimentare
di C.A. Lupi e S. Minervini
Il cuore batte troppo forte… ma intanto mangio ancora… Forse mi sto solo tappando la bocca per non chiedere aiuto, per non scoppiare in un pianto interminabile che nessuno potrebbe interrompere. Un pianto represso da anni, tutto il dolore e la rabbia che non ho mai potuto esprimere.
(Fabiola de Clercq, “Tutto il pane del mondo”.)
In “Tutto il pane del mondo” Fabiola de Clercq racconta la storia della sua vita e della sua sofferenza, che ha espresso anche attraverso un disturbo del comportamento alimentare. I disturbi del comportamento alimentare (che chiameremo DCA) sono malattie che si servono del corpo per esprimere una sofferenza profonda, non sono malattie dell'appetito, ma piuttosto della comunicazione: l'interlocutore ideale diventa il proprio corpo, il cibo, il peso e concentrarsi sul cibo esclude tutto il resto.
Mangiare non è soltanto un modo per mantenersi in vita e calmare i morsi della fame, ma anche un importante mezzo di scambio e comunicazione, pensiamo quanto è importante il pranzo di nozze o la cena dei cento giorni.. Per questo il comportamento alimentare è un territorio privilegiato di espressione di un buon rapporto con se stessi, con il proprio corpo e con gli altri, o al contrario espressione di insoddisfazione, un modo di consolarsi, di fronteggiare le frustrazioni o di riempire un vuoto affettivo, ad esempio l’amata cioccolata in un momento di tristezza.
Tra i diversi DCA quelli di cui si sente maggiormente parlare, anche in televisione e sui giornali, e per i quali sono stati avviati progetti promossi dagli enti pubblici di educazione alimentare come prevenzione nelle scuole, sono l’anoressia e la bulimia.
L'anoressia di solito inizia con una dieta al fine di migliorare la propria immagine. Tutto parte dalla paura di essere grassi e magari da un lieve soprappeso, si inizia una dieta e funziona: il successo migliora l'autostima e si ha una sensazione di potere e di controllo, innescando una trappola a volte mortale. La magrezza cioè viene perseguita non tanto come sinonimo di bellezza, quanto di autonomia, di autocontrollo e indipendenza: la capacità di resistere ad una barretta di cioccolato fa sentire più forti e migliori. L'anoressia cela infatti un profondo disagio che si tenta di mettere a tacere attraverso il controllo ossessivo delle calorie e del peso. Quella di non mangiare è quindi una scelta, una specie di “sciopero della fame”, un drastico rifiuto del cibo allo scopo di perseguire un ideale di magrezza irraggiungibile: la persona anoressica non si sente mai magra abbastanza. Una ragazza alta 1,68 m può arrivare a pesare 35 Kg ed essere convinta che siano ancora troppi. La sofferenza interiore che le parole non riescono a dire si esprime colpendo duramente il corpo, arrivando in alcuni casi a gravissime conseguenze fisiche quali amenorrea, insufficienza renale, osteoporosi, alterazioni cardiovascolari, perdita dei denti e dei capelli.
Un altro versante dei DCA è la bulimia. Bulimia etimologicamente vuole dire fame da bue: le persone avvertono una fame che diventa irresistibile fino a condurle all'abbuffata, poi, per mettere rimedio all'errore e attutire il senso di colpa che ne deriva, adottano strategie specifiche: si chiudono in bagno a vomitare, ingeriscono farmaci, prevalentemente lassativi o diuretici, oppure ancora il digiuno, diete estreme o un intenso esercizio fisico.
La persona che soffre di bulimia nel disperato tentativo di riempire il profondo vuoto interiore che avverte, è costretta, al di là della sua volontà, ad ingerire enormi quantità di cibo.
La bulimia non è chiaramente visibile come l'anoressia perché non è caratterizzata da manifestazioni eclatanti e per questo può essere tenuta nascosta a lungo, ma ha conseguenze altrettanto devastanti sulla vita e la salute di chi ne soffre. I disturbi fisici più frequenti nelle persone bulimiche sono legati al vomito ripetuto che causa una perdita cospicua e permanente dello smalto dentale . Complicazioni rare ma potenzialmente fatali sono le lacerazioni esofagee, la rottura gastrica e le aritmie cardiache
Un altro versante ancora dei DCA del quale si è cominciato a parlare negli ultimi anni e ancora non c’è una teoria comune è il cosiddetto binge eating disorder o disturbo dell'alimentazione incontrollata: in questo caso l'elemento caratteristico sono le abbuffate con la sensazione di perdita di controllo, ma chi le mette in atto non usa condotte compensatorie, non vomita, non pratica attività sportive, quindi è generalmente obeso (ma chiaramente non tutti gli obesi soffrono di questo disturbo). Inoltre chi è affetto dal binge eating non ha il pensiero fisso della magrezza, ma questa condotta alimentare si accompagna spesso a un disturbo dell’umore.
Ora è forse più facile rendersi conto che la fame dirompente e assoluta, la fame che le persone anoressiche tentano invano di cancellare e quelle bulimiche sperano invano di saziare divorando tutto, è solo in apparenza rivolta al cibo. In realtà è un'insaziata fame d'amore, di rapporti autentici, di una vita più piena e più ricca di significato.
Paradossalmente anoressia e bulimia sono in qualche modo una soluzione, una cura. Tutta l’attenzione è incanalata verso il pensiero ossessivo del cibo-corpo-peso, resistere come cedere, non mangiare o mangiare per riprendere a resistere, e questa è la sola condizione che permette di vivere. Se non si è ceduto al bisogno del cibo, se lo si può controllare convincendosi di non avere bisogno di niente, allora si può avere per qualche ora l’illusione di avere una propria identità, di essere autonomi. La capacità di resistere diventa l’unica condizione per essere accettati e riconosciuti. I disturbi della condotta alimentare sono un allora sintomo, una soluzione, che il soggetto ha trovato per far fronte alla sua sofferenza, una risposta alla paura e alla rabbia. Questo sistema di regole, di abitudini, di pensieri, di azioni ha per chi ne soffre la funzione di zattera di salvataggio. Il pensiero ossessivo del cibo protegge la mente da emozioni come la rabbia, la paura, il desiderio, che per vari motivi non si è capaci di gestire e davanti alle quali ci si sente fragili e vulnerabili.
L'ossessione del cibo, del corpo e del peso instaura una dipendenza, per uscire dalla quale è necessario un aiuto specialistico, perché non si deve ridurre tutto il problema al cibo. Occorre un lavoro integrato tra i diversi specialisti che prendano in carico la persona nella sua interezza fisica e mentale e tengano conto anche del contesto familiare in cui si articola il disturbo.
Dott.ssa Cinzia Ausilia Lupi-psicologa
Dott.ssa Silvia Minervini - psicologa